Approcci naturali ed efficaci per la gestione della dormienza delle frutticole

Risultati visibili, rispetto dell’uomo e delle piante grazie all’utilizzo di prodotti naturali: questi gli obiettivi fondamentali delle linee di nutrizione speciale K&A e YaraVita.

 

La linea K&A-YaraVita per la gestione della dormienza dei fruttiferi
La linea K&A-YaraVita per la gestione della dormienza dei fruttiferi

I cambiamenti climatici a livello globale stanno incidendo in maniera determinante sulle produzioni agricole, con problemi di gestione delle colture in termini quantitativi e qualitativi che possono impattare negativamente su rese, maturazione, conservabilità dei prodotti, controllo di malattie e parassiti.

Un impatto rilevante è determinato dall’innalzamento della temperatura media annua, responsabile dell’incompleto compimento del periodo di dormienza invernale delle colture arboree. È risaputo che, per un ottimale germogliamento, è importante che le piante soddisfino il loro “fabbisogno in freddo”, ossia la necessità delle gemme di accumulare un determinato numero di ore di freddo al fine di avviare la ripresa vegetativa in modo corretto.

La gestione della dormienza, inoltre, ha assunto crescente importanza nello scenario frutticolo italiano, soprattutto nelle regioni del Sud Italia. La necessità di conciliare standard di produzione elevati, attraverso periodi di germogliamento sempre più anticipati, nonché una fioritura e una maturazione il più possibile contemporanee, spesso si è trovata in netto  contrasto con l’andamento climatico invernale sempre più mite, con le esigenze in ore di freddo delle diverse varietà coltivate e l’utilità di conservare la fertilità della pianta per lunghi periodi.

Le linee di nutrizione speciale e di bioattivazione K&A e YaraVita  consentono di ripristinare l’equilibrio naturale delle piante in fase di dormienza, mitigando gli stress dovuti ad anomali innalzamenti di temperatura durante l’inverno e determinando una ripresa vegetativa uniforme ed anticipata.
La strategia d’intervento su colture frutticole, come per esempio ciliegio, albicocco, oppure vite da mensa, prevede un trattamento al bruno con K&A Decide e YaraVita Coptrel 500.
Il primo è un prodotto naturale super-concentrato a base di alghe (Ascophyllum nodosum) finemente selezionate (sostanza organica a basso peso molecolare). La presenza di bioattivatori con azione ormono-simile permette innanzitutto la mobilitazione delle sostanze di riserva accumulate nel legno verso le gemme, come pure l’attivazione a livello radicale della sintesi di citochinine naturali, con anticipo del risveglio vegetativo. Infine, assicura un germogliamento uniforme e regolare controllando i fenomeni di dominanza apicale a favore delle gemme basali.

YaraVita Coptrel 500 è invece un concime a base di rame in formulazione micronizzata e concentrata che permette dosaggi ridotti nel rispetto della massima efficienza penetrando attivamente nel legno e nelle gemme. L’ottimale concentrazione di rame nei tessuti della pianta permette di attivare gli enzimi preposti ai processi di respirazione e moltiplicazione cellulare, importanti soprattutto nella fase di germogliamento delle gemme. Inoltre, rafforza la crescita dei fiori e dei germogli sin dalle prime fasi e migliora l’azione enzimatica sinergica sulla sintesi della clorofilla. Ciò incide positivamente sul contenimento delle malattie fungine e batteriche a livello di gemme e legno.

Numerosi studi e applicazioni di campo hanno confermato la valenza del protocollo K&A – YaraVita su drupacee e vite da mensa, con evidenti risultati in termini di maggiore uniformità di germogliamento, di riduzione del numero di gemme cieche basali e dei fenomeni di dominanza apicale. Induce inoltre un sensibile anticipo della ripresa vegetativa e la massima contemporaneità di maturazione e uniformità di pezzatura.

Ciliegio trattato con K&A Decide+YaraVita Coptrel 500 (destra) confrontato con Testimone aziendale (sinistra)
Ciliegio trattato con K&A Decide+YaraVita Coptrel 500 (destra) confrontato con Testimone aziendale (sinistra)

 

Vite da mensa trattata con K&A Decide+YaraVita Coptrel 500 (destra) confrontato con Testimone aziendale (sinistra)
Vite da mensa trattata con K&A Decide+YaraVita Coptrel 500 (destra) confrontato con Testimone aziendale (sinistra)

Il protocollo K&A-YaraVita è totalmente naturale, ammesso in Agricoltura Biologica, ottimamente tollerato e non prevede prescrizioni particolari per l’intervento (T° dell’aria, umidità, ecc.).
Si consiglia, in abbinamento con K&A Decide e YaraVita Coptrel 500, l’utilizzo di K&A Frontiere: fitostimolante naturale delle difese della pianta, per una azione fortificante dei germogli sin dalle prime fasi di accrescimento.

Articolo redatto dal responsabile Ricerca e Sviluppo di Agrochimica: Dr.Agr. Lozito Francesco.

Per maggiori informazioni : www.kalosgate.com info@agrochimicasnc.it info@kalosgate.com

 

Sostenibilità e difesa del suolo, gli agricoltori in prima linea

L’articolo apparso qualche giorno fa in lingua inglese su freshfruitportal.com, a firma del Direttore della fondazione Eosta, Volkert Engelsman, riporta un punto di vista importante ed interessante; ne riportiamo i passaggi salienti a favore degli operatori italiani.

Per favore, prendetevi cura della nostra terra. Coltivatela, trasmettetecela in modo responsabile, così noi potremo fare lo stesso. Per favore, prendetevi cura della nostra terra.” Questa è stata la richiesta urgente rivolga agli agricoltori per conto dello Youth Food Movement and the world’s children, da parte del ventenne Nyakallo Makgoba alla cerimonia di chiusura della conferenza internazionale “Celebrating Soil! Celebrating Life!”, che si è svolta ad Amsterdam il 29 Giugno scorso. Con la presentazione della “Save Our Soils Amsterdam Declaration”, il giovane ha esortato i delegati, tra cui ministri, reali e dirigenti d’azienda ad agire per fermare l’erosione ed il degrado dei suoli.

La conferenza, sostenuta dalla FAO, è stata il principale evento del 2015 nell’ambito della campagna Save Our Soils, che abbiamo intrapreso qualche anno fa, scrive Engelsman, con la quale mi auguro di aver responsabilizzato molte persone. Si contano 24 miliardi di tonnellate di terreno del valore di 1.5 trilioni di euro persi all’anno, e questi numeri non sono mere statistiche. Senza suolo fertile, non c’è speranza per gli obiettivi di sicurezza alimentare a livello mondiale.

“Il suolo non è solo la metà del nostro ambiente, è il nostro futuro”, ha dichiarato Rainer Horn, presidente dell’International Union of Soil Scientists; 30 campi da calcio di terreno fertile vengono persi ogni minuto a causa di erosione e degrado, e lo sfruttamento dell’agricoltura ne è la causa principale. L’agricoltura biologica non può essere l’unica soluzione per aumentare la sostanza organica del suolo e prevenire l’erosione, ma è un metodo suffragato da numerose ricerche scientifiche.

Sostenibilità in viticoltura, un messaggio importante
Sostenibilità in viticoltura, un messaggio importante

Il messaggio principale della campagna “Save our Soils” è quindi che i consumatori possano contribuire a salvare i terreni scegliendo prodotti biologici (o sostenibili, NDR) nella loro spesa quotidiana. Vorremmo che il nostro messaggio raggiungesse i consumatori, e che questi ne prendessero coscienza, continua Engelsman. Gli agricoltori che si prendono cura della terra sono i medici del futuro. Ma i consumatori sono il “gigante addormentato”: se riempissero i loro carrelli della spesa con prodotti che sono frutto di azioni a sostegno della terra il vero cambiamento potrebbe avvenire. Ogni volta che fate la spesa, state contribuendo a creare il mondo che desiderate!

Il 2015 è un anno speciale, perché è l’Anno Internazione dei suoli indetto dalle Nazioni Unite. Un mercato che mette i suoi costi ecologici e sociali sulle teste dei figli dei nostri figli non è sostenibile nel senso più letterale del termine, conclude il presidente di Eosta. Dobbiamo combattere come “Robin Food” contro l’idea che il consumatore è un Neanderthal che è interessato solo al prezzo più basso. Il mercato alimentare corrente ha certamente un enorme ostacolo sulla via della sostenibilità: l’anonimato.

Non ci può essere sostenibilità senza la consapevolezza degli effetti dei nostri metodi di produzione alimentare. Ecco perché abbiamo iniziato alcuni anni fa la campagna Save Our Soils ed è per questo che abbiamo sviluppato nel corso gli anni il sistema di trasparenza on-line Natur& More. Abbiamo notato che i consumatori sono molto interessati a questa visione, infatti nell’agosto scorso abbiamo sviluppato il fatturato più alto di tutta la nostra 25ennale storia.”

Articolo integrale in inglese a questo link Farmers who look after soils are doctors of the future

Fosforo e carenze nutrizionali, come reagisce la pianta?

Come reagisce la pianta alla carenza di fosforo? Dopo aver descritto l’assorbimento, le funzioni e le interazioni fosforo-apparato radicale-terreno nei post precedenti del nostro blog, è opportuno illustrare come le piante percepiscono e rispondono a stress fosforo-nutrizionali.
Quando il livello di fosforo è basso, le piante attivano un insieme di risposte di adattamento per aumentare la propria capacità di assorbire ed utilizzare il fosforo pentavalente (P2O5), la sola forma di fosforo metabolicamente attiva, allo scopo di proteggersi dagli stress derivanti da una P- carenza.

Negli ultimi anni sono stati fatti notevoli progressi nella conoscenza dei meccanismi che regolano i segnali di carenza di fosforo. Comunque, ad oggi, c’è ancora molta strada fare nella ricerca e nello studio di come le piante percepiscono l’esistenza di bassi livelli di fosforo in rapporto ai loro fabbisogni.

Ultimamente, è stata identificata una proteina, denominata SPX, che inibisce le risposte geniche alla carenza di fosforo bloccando l’induttore maggiormente coinvolto nelle risposte alla fosforo-carenza, la proteina PHR1 (Phosphate Starvation Response1). La proteina SPX è stata isolata in vitro e dimostra la sua capacità di modulare le segnalazioni dello stato nutrizionale del fosforo sia in Arabidopsis, dicotiledone crucifera,  sia nel riso (Oryza sativa), monocotiledone poacea. Tale scoperta, in piante diverse sia dal punto di vista sistematico sia filogenetico, lasciano presupporre la presenza delle proteine SPX e PHR1 in tutto il regno vegetale (vedi nota 1; 2)

Le proteine SPX  controllano l’attività dei geni coinvolti nelle risposte alla carenza di fosforo con un meccanismo strettamente dipendente dalla concentrazione in fosforo nelle cellule. Con alti livelli di fosforo, SPX si lega a PHR1 bloccando sia i geni che codificano le risposte alla P-carenza sia quelli coinvolti nella sintesi delle stesse SPX. Quando il livello di fosforo è basso, SPX e PHR1 rimangono separate e le risposte alla P-carenza restano attive.
È, inoltre, di particolare importanza il fatto che il legame tra SPX e PHR avvenga indistintamente in presenza di fosfati e/o di fosfiti; questo spiega perché la pianta non è in grado di distinguere tra il fosfato (biologicamente attivo) e il fosfito (biologicamente inattivo).
Tutte questo è stato riprodotto e confermato da prove di laboratorio.

La risposta della pianta alla carenza di Fosforo
La risposta della pianta alla carenza di Fosforo

Nell’immagine qui in alto, vediamo il modello schematico della interazione tra SPX e PHR in funzione delle concentrazioni di fosforo e dell’attivazione dei geni e dei trascritti che regolano l’adattamento delle piante al fosforo (vedi nota 2).

Con alti livelli di fosforo, SPX  interagisce con PHR bloccando l’attivazione dei geni che sono indotti da carenza di fosforo (PSI); per contro, con bassi livelli di fosforo, SPX non è in grado di bloccare questa attivazione. Appare chiaro, alla luce di ciò, che le risposte alla P-carenza sono costitutive nelle piante e che invece è il suo eccesso (alta disponibilità) a bloccare queste risposte.
Non è quindi la carenza di fosforo a determinare le risposte delle piante, ma succede esattamente l’opposto. La ricerca di fosforo è insita nei geni delle piante e questa funzione è normalmente attiva perché le piante solo raramente si trovano in condizioni di “abbondante fosforo disponibile”.

Nota 1: Puga M.I., Mateos I., Charukesi R., Wang Z., Franco-Zorrilla J.M., De Lorenzo L., Irigoyen M.L., Masiero S., Bustos R., Rodriguez J., Leyva A., Rubio V., Sommer H., Paz-Ares J. (2014) SPX1 is a phosphate-dependent inhibitor of PHOSPHATE STARVATION RESPONSE 1 in Arabidopsis. PNAS USA; 41:14947-14952
Nota 2: Wang Z., Ruan W., Shi J., Zhang L., Xiang D., Yang C., Li C., Wu Z., Liu Y., Yu Y., Shou H., Mo X., Mao C., Wu P. (2014) Rice SPX1 and SPX2 inhibit phosphate starvation responses through interacting with PHR2 in a phosphate-dependent manner. PNAS USA; 41:14953-14958

Articolo redatto dal Responsabile Tecnico Ricerca e Sviluppo di Kalos Agricoltura, dott. agronomo Ferruccio Bergamasco

Per maggiori informazioni ci potete contattare al numero di tel. 0432 909926 oppure via mail a info@kalosgate.com

 

Il Fosforo e le interazioni tra le radici e la microflora del terreno

La disponibilità del fosforo dipende in larga parte dalle relazioni che si instaurano tra le radici delle piante e la microflora presente nel terreno.
La maggioranza delle piante, selvatiche e coltivate, sopperisce alla carenza di fosforo promuovendo lo sviluppo di microrganismi capaci di liberare fosforo dal terreno per renderlo, in questo modo, disponibile.

Due sono i modi principali di operare da parte delle piante:

1.    Rilascio nel terreno di zuccheri, acidi semplici e altre sostanze volatili che facilitano e promuovono lo sviluppo di specifici gruppi di batteri e di altri microrganismi i quali, a loro volta, liberano il fosforo organico e minerale presente nel terreno. È questo il caso dei Trichoderma spp., del Pseudomonas fluorescens, del Bacillus Megaterium e di altri microrganismi unicellulari. Ad oggi si conosce ancora poco questo aspetto che non coinvolge solo il fosforo ma tutta la vita della radice nel terreno compresi gli aspetti legati alle resistenze alle malattie. Questa interazione, infatti, sembra più legata alla vita stessa della radice che al suo approvvigionamento in nutrienti e sembra avere un costo altissimo, in termini energetici, per la pianta.

2.    Rilascio nel terreno di sostanze specifiche che attraggono le ife delle micorrize e promuovono o facilitano l’instaurarsi di relazioni simbiotiche allo scopo di scambiarsi dei vantaggi. Le radici forniscono a questi funghi gli elementi nutritivi a loro necessari e in cambio, questi funghi, riforniscono del fosforo necessario le piante. Molto più studiato e conosciuto è questo meccanismo; in effetti, l’interazione tra le radici e le micorrize rappresenta uno degli aspetti più straordinari nella vita dei vegetali superiori.

Micorrize
Micorrize

Le micorrize si dividono in ecto- e endo-micorrize e rappresentano l’insieme delle ife dei vari funghi pluricellulari del terreno. La maggioranza di questi funghi producono corpi fruttiferi che possono essere commestibili o altamente tossici ma raramente patogeni per i vegetali vivi. Nel terreno si nutrono principalmente di materiale in decomposizione portando alla formazione di humus più o meno stabile. Tra i principali funghi ricordiamo i generi Tuber (tartufo), Amanita (ovulo), Boletus (porcino), Macrolepiota (mazza di tamburo), Agaricus (prataiolo), Armillaria (chiodino).
Queste ife vivono in tutti i terreni, ma sono particolarmente diffuse negli ambienti naturali sub-acidi dove riescono a portare a termine i loro cicli. Nei terreni coltivati agricoli, la loro diffusione è molto più ridotta a causa delle lavorazioni e dell’impiego massiccio di prodotti antifungini di sintesi e/o di metalli pesanti. Anche la riduzione del contenuto in sostanza organica a causa delle ossidazioni dovute alle continue lavorazioni, ed anche l’alcalinizzazione dei suoli agricoli dovuti alle concimazioni ureiche porta ad una diminuzione nello sviluppo di questi funghi.
Indipendentemente dalla presenza di queste specie fungine, le piante si attivano per assorbire fosforo emettendo sostanze attrattive verso questi funghi al fine di stabilire con loro una simbiosi mutualistica che garantisce, al fungo, una nutrizione equilibrata e, alle piante, una sufficiente disponibilità di fosforo. È particolarmente interessante notare che le piante micorrizate non accumulano mai fosforo nei vacuoli, dunque, non c’è mai un eccesso di fosforo nella pianta ma neanche una carenza come dimostra il fatto che in un terreno povero di fosforo il contenuto in P2O5 nel citoplasma delle piante micorrizate è 3 – 5 volte superiore rispetto a quelle non micorrizate. Questo significa che il rapporto di collaborazione simbiotica favorisce lo sviluppo di ambedue i simbionti, pianta e fungo, ed entrambi ne traggono un beneficio vitale senza alcuna prevaricazione dell’uno sull’altro.
È stato ampiamente dimostrato che la vita dei funghi delle micorrize non è minimamente influenzato dal tenore in fosforo del terreno. A tal proposito ricerche scientifiche hanno messo in evidenza che contenuti in fosforo 10 volte superiori alle normali dotazioni dei terreni non avevano nessuna influenza sullo sviluppo di questi funghi.

La simbiosi pianta e fungo
La simbiosi pianta e fungo

Dunque, è la pianta che stabilisce una relazione con la micorriza, prima attraendola e poi favorendone la simbiosi attraverso una serie di reazioni biochimiche a livello di membrana cellulare. Quando le due entità si sono unite, inizia uno scambio reciproco di sostanze, un “do ut des”, limitato al fabbisogno di ciascuno dei due. Su come avvenga questo scambio molto deve ancora essere compreso; ad esempio non è chiaro sotto quale forma il fosforo passi dal fungo alla radice e quali e quante siano le sostanze che la pianta cede al fungo in cambio (probabilmente acidi carbossilici, zuccheri e aminoacidi semplici). Di certo si sa che le micorrize sono in grado di assimilare forme di fosforo organico molto complesse e non assimilabili dalle piante come ad esempio la fitina; inoltre posseggano delle fosfatasi molto più forti, in grado cioè di liberare fosforo inorganico insolubile.
Con il loro ampio reticolo, le micorrize esplorano un volume di terreno di gran lunga più grande di quello esplorato dall’apparato radicale, entrando, in questo modo, in contatto con una maggiore quantità di fosforo.
Certe piante, comunque, attivano questa simbiosi anche in terreni ricchi in fosforo, in questo caso per motivi genetici. In altri casi, come nei terreni poveri di sostanza organica, può essere il fungo a cercare la collaborazione con le piante, spesso comportandosi come un patogeno, vedi il genere Armillaria.

Articolo redatto dal dott. Ferruccio Bergamasco, Responsabile tecnico Kalos Agricoltura

Per maggiori informazioni, anche sulla disponibilità dei prodotti a base di Fosforo, potete contattarci allo 0432 909926 o via mail a info@kalosgate.com

Key words
micorriza: associazione mutualistica fra un fungo ed una pianta, localizzata nella rizosfera
simbiosi: associazione fra individui di specie differenti che comporta un vantaggio reciproco

L’importanza del fosforo per l’accrescimento delle piante e la sua relazione con la forma dell’apparato radicale sono state esaminate negli articoli precedenti, che ritrovate ai link seguenti:

Prevenzione della mancanza di Fosforo

Dinamiche dell’assorbimento del Fosforo

Il Fosforo e l’analisi del terreno

Il Fosforo sostanza fondamentale per la pianta

Prevenire la mancanza di Fosforo per non limitare la produzione agricola

Carenza di Fosforo: concimazioni fosfatiche e meccanismi di adattamento delle piante
Nel mondo, la carenza di fosforo è considerata come uno dei principali fattori limitanti delle produzioni agricole. Si stima che 5,7 miliardi di ettari di terreno agricolo siano carenti in fosforo ed anche nei terreni migliori la concentrazione di fosforo nella soluzione difficilmente supera i 10 micromole; tale valore è molto inferiore al fabbisogno delle piante per un’ottima performance produttiva.
Il problema della carenza di fosforo può essere mitigato, ma non risolto, dalle concimazioni fosfatiche tradizionali, a causa della rapida immobilizzazione del fosforo nel terreno e delle lavorazioni che portano il fosforo in profondità.
Per superare il problema della bassa disponibilità di fosforo, le piante hanno evoluto un sistema complesso e molto controllato di meccanismi di adattamento, allo scopo di massimizzare la capacità delle radici di assorbire il fosforo. Le modificazioni dell’architettura radicale rappresentano il principale sistema sviluppato dalle piante per aumentare la capacità di acquisire fosforo.

 

Apparato radicale e Fosforo
Apparato radicale e Fosforo

L’architettura dell’apparato radicale delle piante
In molte piante coltivate, tra cui mais, riso, fagiolo, lupino, pomodoro e senape, la bassa disponibilità di fosforo modifica alcuni aspetti dell’architettura dell’apparato radicale quali: la lunghezza della radice primaria, la sua biforcazione, il numero e la lunghezza delle radici laterali e dei peli radicali e la formazione di radici “a grappolo”.
L’architettura dell’apparato radicale comprende la forma e la struttura del sistema:
•    La forma si riferisce alla profondità raggiunta dalla radice principale, alla lunghezza e densità delle radici secondarie e dei peli radicali, alla disposizione delle radici nello spazio “suolo” e al modo in cui le radici “occupano” il terreno.
•    La struttura definisce i vari componenti del sistema radicale, radice principale, secondaria e peli radicali, e le loro interrelazioni.

L’assorbimento del Fosforo, un tratto comune delle piante
Benché l’architettura dell’apparato radicale differisca moltissimo tra monocotiledoni e dicotiledoni, in tutte le piante vascolari, il tratto comune è rappresentato dalla capacità di assorbimento del fosforo.
La distribuzione delle radici nel terreno mostra una forte correlazione con la distribuzione del fosforo, il quale è a sua volta influenzato dalle lavorazioni, dal pH della rizosfera, dalla gestione delle concimazioni e dall’epoca di coltivazione. Nei sistemi “no-tilling”, semina su sodo, il fosforo rimane in superficie e questo causa una ben precisa distribuzione dell’apparato radicale.
Anche la natura chimica del fosforo del suolo è influenzata dalle lavorazioni e la sua solubilità aumenta nelle lavorazioni conservative “minimum-tillage”.
La radice primaria è la radichetta che si forma dai tessuti meristematici dei semi. Quando il seme non è più in grado di sopperire alle necessità di fosforo e la radichetta incontra una zona con una bassa concentrazione di fosforo nella soluzione, la sua crescita si ferma. Di pari passo si assiste ad un rapido aumento della differenziazione di nuove cellule meristematiche e all’emissione di radici secondarie e di peli radicali.

Resistenza a stress nutrizionali di Fosforo = resistenza a condizioni di siccità
Una delle conseguenze principali della biforcazione della radice principale è rappresentato dall’aumento di sensibilità a condizioni di siccità. In effetti, piante in grado di sopportare basse concentrazioni di fosforo nel terreno sono meno sensibili alla siccità e viceversa.
È stato, infatti, dimostrato che la resistenza a stress idrici è direttamente interconnessa con la resistenza a stress nutrizionali fosforici.
Le radici laterali si formano dalla ramificazione della radice principale e svolgono un’importante funzione nell’acquisizione di fosforo aumentando il volume di suolo esplorato. Gran parte delle dicotiledoni producono parecchi ordini di radici laterali e il loro numero dipende principalmente dalla disponibilità di fosforo nel terreno (più è bassa la disponibilità, maggiore è la ramificazione delle radici).

Radici a grappolo per aumentare la capacità di assorbire il Fosforo
Una delle prime risposte delle piante alla bassa disponibilità di fosforo è l’aumento della proliferazione dei peli radicali. In eccesso di fosforo, come nelle soluzioni idroponiche, la produzione di peli radicali nella radice può essere soppressa.
Per aumentare la capacità di assorbire il fosforo, alcuni gruppi di piante, tra cui le leguminose, le moracee e le betulacee (tutte piante capaci di fissare l’azoto atmosferico), hanno evoluto una speciale struttura definita “radici a grappolo”. Tale struttura è caratterizzata da raggruppamenti molto fitti di radici terziare ad accrescimento determinato che, attraverso il rilascio di acidi carbossilici abbassano il pH della rizosfera aumentando la solubilità del fosforo. In ambiente senza fosforo, le leguminose formano rapidamente questo tipo di radici, ma se le piante posseggono un adeguato tenore in fosforo nell’apice, ad es. con l’applicazione di fosforo fogliare, la formazione di queste strutture viene bloccata. Per la formazione delle radici a grappolo le piante usano/consumano fino all’80% dell’energia che producono.

Keyword:
Moli (millimoli, micromoli): è un’unità di misura della quantità di una sostanza o composto che si ottiene dividendo il peso in grammi di una sostanza per il suo peso molecolare. Con la definizione concentrazione molari (simbolo M) si definisce il numero di moli presenti in un litro di soluzione. Nel nostro caso, H2PO4- (peso molecolare 96,99) 10 micromoli (μM) corrispondono a 0,9699 milligrammi per litro di soluzione
No-tilling, minimum-tillage: nessuna lavorazione del terreno (minima lavorazione). Si tratta di sistemi di agricoltura conservativi che comportano nessuna o una minima lavorazione del suolo (vedi anche Agricoltura Blù).
Tessuti meristematici: trattasi di tessuti in grado di moltiplicarsi come: gli apici vegetativi, le gemme, gli embrioni, il cambio dei vasi floematici ecc…
Acidi carbossilici: sono gli acidi organici presenti e/o prodotti dalle cellule come: il malico, il succinico, il lattico, il piruvico etc.

Articolo redatto dal dott. Ferruccio Bergamasco, Responsabile tecnico Kalos Agricoltura

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VITE, è adesso che ci giochiamo la stagione

Durante il mese di Giugno le condizioni climatiche erano così rassicuranti, e la pressione delle fitopatie così blanda, che la maggior parte dei viticoltori e dei tecnici già pregustava un’annata molto buona; gli ultimissimi giorni di Giugno e l’inizio di Luglio hanno scombinato le carte, sono emersi problemi, in particolare di Peronospora larvata e di Oidio, ed è iniziato un certo allarme Botrite, ed ora alcuni devono correre ai ripari in tutta fretta.

Di rigore non bisognerebbe mai abbassare la guardia, ed in molti stanno imparando che prevenire è meglio che curare e che una costante attenzione migliora la produzione. Ma quali sono le problematiche che i viticoltori potrebbero trovarsi ad arginare nell’immediato?
Peronospora: su grappolo è probabile che sia entrata fin dalla fase di fioritura, ma anche con le piogge molto intense del 23 – 24 giugno; comunque c’è poco da fare, tentare di limitare i danni e salvare il salvabile della produzione. Se la peronospora è invece presente sulle foglie, è necessario intervenire per salvaguardare l’attività fotosintetica per garantire gli aspetti qualitativi della produzione.

Peronospora Larvata
Peronospora Larvata

Oidio: l’attenzione verso l’oidio deve essere ora ai massimi livelli, poiché la malattia si presentava già molto aggressiva in primavera (si notava benissimo sulle erbe spontanee), e a maggior ragione sarà un osso duro da debellare con questo clima così favorevole al suo sviluppo.
Chi ha usato Oomisine, Frontiere e Coptrel,  con criteri di prudente gestione preventiva di queste patologie, non ha certamente problemi: rafforzando le difese naturali delle viti, attivandone i meccanismi di resistenza endogena verso i patogeni, i viticoltori si trovano in una condizione di relativa tranquillità.

Oidio
Oidio

Muffa grigia – Botrite: In questo momento così delicato, bisogna agire subito contro la Botrite;  con questo clima farà sicuramente la sua entrata in scena, soprattutto nelle varietà sensibili (bianchi a grappolo compatto) e negli appezzamenti colpiti in precedenza da grandine. Il nostro consiglio è di trattare con Botrisine, concentrandolo sulla fascia dei grappoli, alternando i trattamenti con Sil-ka (estratto di Equiseto con Silicato di Potassio), fondamentale per assorbire l’umidità in eccesso e rafforzare la cuticola degli acini. A questo riguardo, abbiamo emanato l’11 Luglio 2014 la nostra nota tecnica con i consigli e le modalità di intervento: Nota tecnica 22 -2014 “VITE – Botrite”.

Botrite precoce
Botrite precoce

In generale, dalle osservazioni  sul campo dei nostri tecnici agronomi, si evidenzia che la difesa a calendario non è più efficace, e non è più proponibile. L’imprenditore viticolo deve mettere al centro dell’attenzione la fisiologia della pianta, indurre ed ampliare i meccanismi endogeni di resistenza, essere presente ed attivo, tenendo d’occhio tutte le prassi di buona gestione agronomica del vigneto: equilibrio vegeto-produttivo, gestione del verde, tanta prevenzione.
Si prospetta un finale di stagione alquanto impegnativo.

Per maggiori informazioni circa l’uso di Frontiere, Oomisine, Botrisine e Sil-ka:
tel. 0432 909926 – info@kalosgate.com – info@agrochimicasnc.it